Ipazia d’Alessandria, una luce nel buio

ipazia

Ipazia nacque ad Alessandria d’Egitto nella seconda metà del IV secolo. Figlia e allieva di Teone, era l’orgoglio del genitore.

Appassionata e mai paga di sapere, eccelleva in matematica, astronomia, filosofia, meccanica, geometria e anche ingegneria idraulica.

Una donna con una mente eccelsa e una dialettica ricca e chiara in grado di conquistare. Insegnava nelle agorà a uomini e donne provenienti da diverse regioni creando un ambiente di condivisione culturale tra ebrei, cristiani ed elleni.

Una donna indomita e libera e per questo ritenuta un pericolo dall’allora imperatore Teodosio e dal vescovo di Alessandria Teofilo. Ma è con Cirillo, subentrato a Teofilo, che la situazione peggiora e per Ipazia arriva la fine.

Ieri, ottavo giorno di marzo, decine e decine di monaci parabolani dalla faccia ringhiosa, sotto il comando di Pietro il Lettore e per ordine del vescovo Cirillo, assediarono la sua carrozza e trascinarono via Ipazia per condurla in quello che una volta era il Cesareo, il tempio di Augusto.

Senza rispetto neppure per quel luogo sacro, bloccandola per le braccia, le fecero a brandelli vestiti, lasciandola nella più completa nudità e quando ella, virtuosa e pudica com’era, tentò di stringere le gambe per coprire la propria intimità, due di loro, con belluino compiacimento, gliele divaricarono a forza. Con grida eccitate, le cavarono un occhio, poi l’altro, fra le urla straziate di Ipazia. Poi, con una conchiglia appuntita, le squarciarono il ventre, violarono la sua intimità, deflorandola, le mozzarono le mani.

Fu mutilata dei seni, delle labbra, del cuore, delle viscere e i suoi resti bruciati presso il Cinarone, un luogo preposto all’eliminazione dei rifuti.

(Tratto da “Le indomabili” di Daniela Musini)

La sua colpa? Essere una donna libera, dal pensiero libero, senza religione e che si ribellava all’autorità della Chiesa. Non sposata e senza figli e quindi non una donna mite e moglie ubbidiente al proprio marito.

 “Difendi il tuo diritto di pensare, perché anche pensare in modo sbagliato è meglio che non pensare”.